Predicazione del Patriarca di Venezia, Mons. Moraglia, durante la preghiera ecumenica nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

24.01.2025

Fratelli e sorelle in Cristo,

la domanda rivolta da Gesù a Marta nell'episodio della risurrezione di Lazzaro e che dà il tono a questa nostra settimana di preghiera – "Credi tu questo?" (Gv 11,26) – rimanda, come sappiamo, alle forti affermazioni appena fatte dal Signore Gesù: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno" (Gv 11,25-26).

La stessa domanda, rivolta oggi al cristiano, lo conduce al cuore della sua fede perché lo riporta alla croce gloriosa e salvifica di Cristo, alla sua morte e risurrezione in cui ogni cristiano è inserito a partire dal battesimo che ha ricevuto in dono e che lo ha "innestato" in Cristo, come i tralci lo sono nella vite (cfr. Gv 15,1-8).

L'affermazione e la domanda successiva di Gesù sono, quindi e innanzitutto, un richiamo a tornare continuamente – senza stancarsi – alla croce di Cristo per ritrovare pace, salvezza e unità; è una croce che non va mai svuotata e non va resa vana, come ricorda con forza l'Apostolo Paolo (cfr. 1Cor 1.17: "Ne evacuetur crux").

E oggi, giunti al settimo giorno della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, siamo invitati a riflettere in specie sul fatto che "professiamo un solo battesimo" e che questo battesimo, per ogni cristiano, è sempre immersione nella morte e risurrezione di Cristo.

I racconti evangelici del battesimo di Gesù sono ricchi di particolari eloquenti e significativi. L'evangelista Marco, a cui è intitolata questa nostra basilica, annota che accorreva a farsi battezzare da Giovanni nelle acque del Giordano una moltitudine di gente che veniva per confessare i propri peccati (cfr Mc 1,5) e ricevere un "battesimo di conversione per il perdono dei peccati" (Mc 1,4).

Ebbene, in questa lunga fila di peccatori e in solidarietà profonda con loro (con noi) si inserisce Gesù tanto da suscitare – e qui ci viene in soccorso l'evangelista Matteo – la sorpresa e, quasi, per un momento, addirittura l'opposizione di Giovanni che "voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia»" (Mt 3,14-15).

La giustizia, in senso biblico, è innanzitutto obbedienza, adesione e corrispondenza piena alla volontà di Dio (pensiamo anche alla figura di Giuseppe, "uomo giusto" per eccellenza – cfr. Mt 1,19); Gesù si fa battezzare per compiere "ogni giustizia" e realizzare qualcosa di nuovo che va ben al di là del battesimo di Giovanni, incentrato sulla confessione delle colpe e sulla richiesta di perdono dei peccati.

In un contesto di preghiera – l'evangelista Luca riferisce che "Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo" (Lc 3,21-22) – emerge così il significato autentico del battesimo di Gesù che, per usare parole di Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, consiste nel suo "portare ogni giustizia" e "si rivela solo nella croce: il battesimo è l'accettazione della morte per i peccati dell'umanità e la voce dal cielo («Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento» – Mt 3,17) è il rimando anticipato alla risurrezione… Solo a partire da qui si può capire il battesimo cristiano… Così il battesimo con acqua di Giovanni riceve pienezza di significato dal battesimo di vita e di morte di Gesù. Accettare l'invito al battesimo significa ora portarsi al luogo del battesimo di Gesù e così nella sua identificazione con noi ricevere la nostra identificazione con Lui" (Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Città del Vaticano / Milano 2007, pagg. 38-39).

La teologia paolina del battesimo è molto chiara a tal proposito e la troviamo espressa nel capitolo sesto della lettera ai Romani: "Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova" (Rm 6,4).

Nel battesimo di Gesù – e, quindi, nel nostro battesimo – vi è la sintesi e il compendio di tutta la storia dell'uomo. C'è la discesa agli inferi e, in essa, ogni lotta contro il male, il peccato e la morte che tengono l'uomo in schiavitù.

Sì, l'uomo di ogni tempo e di ogni luogo è in schiavitù perché il peccato e la morte generano menzogna, divisioni, sopraffazioni, violenze, persecuzioni e, infine, le guerre: sono cose che – come ben vediamo – accadono anche ai nostri giorni in cui le cronache ci riportano continuamente la vastità e la molteplicità dei conflitti in atto (anche nella nostra Europa e ai suoi margini) nonché le dimensioni sempre più massicce delle persecuzioni ai cristiani in tante zone del mondo (oltre 380 milioni, secondo un recente rapporto, sono i cristiani perseguitati, ossia 1 su 7, tanto da far titolare su un giornale: "Essere cristiani è un dramma").

Nel battesimo di Gesù si compie l'atto decisivo della continua lotta tra il Forte (il potere del male, il maligno) e il Più Forte (il Signore Gesù, il Figlio di Dio) che può caricarsi del peso delle colpe dell'intera umanità e così aprire una strada nuova di conversione, purificazione, riconciliazione, risurrezione, ritrovata concordia e pace.

Il battesimo di Gesù è l'autentica "svolta", è il salto di qualità di cui avevamo bisogno. E il nostro sacramento del battesimo diventa così come un "dono di partecipazione alla lotta di trasformazione del mondo intrapresa da Gesù" (Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Città del Vaticano / Milano 2007 pag. 41).

Il quarto Vangelo, quello di Giovanni, non racconta l'episodio del battesimo ma ne riecheggia l'essenza laddove riporta un'esclamazione di Giovanni (Battista): "Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!" (Gv 1,29).

Dobbiamo, in particolare, al teologo tedesco Joachim Jeremias un approfondimento sulla simbologia dell'agnello, biblicamente rilevante, a partire dalla constatazione che in aramaico un'unica parola – talja – significa tanto "agnello" quanto "servo": il Salvatore si è fatto servo, il pastore si è reso agnello per la liberazione e la salvezza non solo di Israele ma di tutto il mondo, di tutte le genti.

Nei racconti del battesimo di Gesù, infine, troviamo una serie di riferimenti che esprimono la dimensione trinitaria dell'evento: "Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento»" (Mt 3,16-17). C'è la proclamazione del Padre a cieli aperti e c'è il Figlio prediletto su cui si posa in pienezza lo Spirito; c'è, insomma, tutta la Santissima Trinità.

E il nostro battesimo è tuttora dato nel segno e "nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo", come disse anche lo stesso Risorto nel momento di inviare i suoi discepoli a tutte le nazioni (cfr. Mt 28,19); è il sigillo che ci rende e ci fa diventare cristiani; è il cuore della nostra fede che 1700 anni fa, durante il Concilio di Nicea, fu delineata e proclamata come fede comune.

La ricorrenza di tale condiviso evento ecclesiale – che cade in quest'anno – ci ricordi allora, secondo l'auspicio del Santo Padre Francesco, che tutti "professiamo la stessa fede e, quindi, abbiamo la stessa responsabilità di offrire segni di speranza che testimoniano la presenza di Dio nel mondo" (Papa Francesco, Saluto del Santo Padre alla delegazione del Consiglio metodista mondiale, 16 dicembre 2024).

Mons. Francesco Moraglia

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